a Metitura” e “a trebbiatura du ranu
La Mietitura e la Trebbiatura del grano
Come tanti miei coetanei ho vissuto e “'A metitura du ranu”(la mietitura del grano); durava dai 15-20 giorni continuativi senza riposo. Si mieteva continuamente con la falce a mano dall'alba al tramonto. Era una gara contro il tempo, dovevamo fare presto altrimenti il grano si scuoceva (vuol dire che l'eccessivo essiccamento faceva perdere aderenza compattezza dei chicchi del grano alla spiga con l'elevato rischio di dispersione del il frutto al taglio e durante il trasporto). Dovevamo lavorare tutti, grandi e piccoli, maschi e femmine. Per tutti c’era un ruolo ben preciso.
La mamma era addetta alla cucina, si preoccupava di preparare e distribuire il cibo per tutti. E non essendoci metodi di conservazione con il freddo, tutto era preparato al momento:
- si iniziava la mattina all'alba con“'a suppa” (la zuppa); latte fresco, appena munto dalle vacche che pascolavano vicino ai campi di grano, e caffè di orzo con “pani tostu” (pane tostato) e zucchero;
- alle 10,30 si proseguima con “'u murzeiu” (piccolo morso, piccolo pasto) a base di patate bollite ricche di potassio per ritemprare i muscoli (si diceva che davano “sustanza”–sostanza-), accompagnate da fresco ricco di vitamine e proteine, oppure  pasta con il latte sempre di fresca mungitura. “U murzeiu” si consumava prevalentemente sul posto per non sprecare tempo in spostamenti, questo avveniva seduti per terra a forma di ruota all'ombra di alberi, prevalentemente di frutta;
- Alle 16.00 circa,“i vespiri”(l’ora dei vespri), dopo il gran caldo veniva preparata la pasta con il sugo o pasta e patate poi si continuava nella mietitura fino all'imbrunire dove ormai a sera si cenava con formaggio di vacca, uova fritte e insalata di pomodori e cipolla.
 
Da bere solo acqua, e il più delle volte neanche fresca perché si trasportava a mano dentro “'a vozza”(brocca di terracotta) dalle sorgive che non erano tanto vicino.
 
Non vi era il tempo di finire una giornata che ne iniziava già un'altra, erano tempi duri però eravamo gioviali, stanchi ma ssereni, e col cuore contento, e non era così solo per la nostra giovane età.
 
ll grano tagliato all'altezza di circa 20 centimetri dal terreno con “u cuzzuni”(falce da manico corto per essere utilizzata con una mano sola) veniva legato in piccoli mazzi “Jermiti” con legami ricavati dello stesso grano. I mietitori se le lasciavano perché poi, generalmente un uomo con braccia forti, costruiva le “Gregne” (i covoni), ciascuna composta di “4 Jermiti”legati insieme da una cintura formata sempre da steli dello stesso grano. Anche queste venivano lasciate direttamente sul posto. Ne risultava che rimaneva una distesa sparsa di Gregne sul campo che dovevano essere raccolte, trasportate e accatastate in “timogne”(biche), sempre direttamente nel campo di mietitura.
 
Solo successivamente, quando ormai la mietitura era terminata in tutti i campi di proprietà, le timogne venivano smontate e le gregne trasportate sull'aia della masseria, in attesa della per la trebbiatura.
Il trasporto avveniva con il carro agricolo trainato dalle vacche (le stesse del latte fresco); io, con qualcuno dei miei fratelli,porgevo le gregne ad una ad una a mio padre che le ordinava sul carro. Quando “u carru” (il carro) era pieno si trasportava il grano nell’aia “du pagghjaru” (pagliaio, la masseria). Qui si costruiva una o più grande “timogna”e ci si preparava in attesa dell’arrivo della trebbia.
 
Etimologia della parola 'nduja
La "nduja" è un insaccato alimentare tipico della Calabria; le sue origini sono umili e risalgono alla tradizione contadina. Negli ultimi decenni il suo uso si è diffuso in tutta Italia e anche all'estero.
La 'nduja è essenzialmente composta da carni di scarto di maiale, sale e peperoncino; il tutto viene omogeneizzato, insaccato in un budello adeguatamente trattato, affumicato per qualche giorno e, infine, stagionato naturalmente.
La 'nduja vera e propria, è quella conservata nel budello cieco, detta orba (da orbus=cieco), ha colorito rossastro, consistenza pastosa anche dopo la stagionatura.
L'etimologia del suo nome porta alla parola francese andouille (insaccato di trippa).

Tropea, Premio letterario 2010
Il giorno 21 marzo 2010 si è tenuta la cerimonia per la scelta dei tre finalisti del Premio edizione 2010.
Ero presente.
Da quello che ho ascoltato durante la cerimonia, dal numero dei presenti, dalla terna dei testi prescelti per concorrere al premio finale, mi sono fatto il convincimento che in quel contesto erano assenti sia la Calabria che i Calabresi.
 Dunque, la Calabria solo come location della kermesse letteraria!

Modi di dire
Ogni pecuraru è patruni di ricotti soi


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