Tango, il ballo dei pensieri tristi.
Il Tango, un modo unico di ballare; per molti è semplicemente musica, per altri un gioco, per altri ancora è una sfida o un momento di svago e di spensieratezza. Per Mauro BARRERAS il tango rappresenta molto di più: è emotività, è intellettualità, è fisicità, è eleganza. O, per dirlo con le sue parole: “è sfiorare continuamente la completezza dell’essere, del vivere”.
 
Durante il mio viaggio a Buenos Aires, in uno dei suoi locali storici, uno di quei luoghi senza tempo, a poca distanza della nota Plaza de Mayo, ho visto tre statue di cera: quella di Jorge Luis Borges, il più grande poeta e scrittore argentino, quella di Alfonsina Storni, poetessa e giornalista, e quella di Carlos Gardel, il re del tango.
La mia curiosità mi ha poi spinto nelle strade alberate di San Telmo, dove le piazzette con le case variopinte mi facevano immaginare l’atmosfera delle milongas, i locali dove turisti e residenti iniziano a ballare il tango già nel primo pomeriggio.
Il tango, un modo di pensare nato dalla passionalità di uomini soli, senza una donna. Il tango, l’anima che solo un popolo può avere: gli Argentini. Noi, non argentini, possiamo avvicinarci al tango solo se siamo consapevoli che esso rimane “cosa loro”.
Il tango, un misto di innamoramenti, di belle donne, di ricordi, di amplessi solo immaginati, di sogni mai realizzati.
Il Tango, quel sentimento un tempo malinconico e nostalgico è ora divenuto una intramontabile cultura.
Chi sa ballare il tango, non ha fretta; ne assapora ogni passo, ad ogni singola nota associa un movimento.
Chi sa cantare il tango, non ha mai fretta di finire, come se temesse una conclusione drammatica.
Chi sa suonare il tango, trasforma in musica un misto di sentimenti, solitudine, rancore, ricordi, desiderio, intrigo, sogni.
Il tango, immaginazione di un improbabile godimento sessuale consumato nei barrios, quartieri a volte malfamati e miserabili, un tempo abitati da immigrati prigionieri di una speranza definitivamente abbandonata.
Nessun ballo, oltre il tango, accompagnato da uno strumento, il bandoneon, che solo a guardarlo esprime contemporaneamente malinconia e passione, ha saputo esprimere così a fondo l’anima inquieta, nostalgica e sensuale di un intero popolo, del suo passato e del suo presente; incarnando passioni, speranze e disillusioni di intere generazioni di donne e, principalmente, di uomini.
Chi conosce il tango non potrà mai più allontanarsene, ne diviene eternamente prigioniero. 


Bandoneon: le radici di questo strumento partono dalla Germania, esattamente dalla Sassonia. Fu il musicista tedesco Heinrich Band (1821-1886) a introdurlo in Argentina, All’inizio veniva chiamata bandonion; ispirato alla concertina ed alla fisarmonica, sia diatonico che cromatico. Gli emigranti tedeschi portarono questo strumento in Argentina all’inizio del Novecento; qui incontrò subito grande successo e fu presto inserito nel contesto musicale locale. I tangueros hanno sempre chiamato lo strumento fuelle, mantice.


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